ITISTUDIO alla tavola rotonda di The Plan sulla rigenerazione urbana — Milano, 30.09.2026


A chi stiamo davvero pensando, quando misuriamo un edificio?

Ce lo siamo chiesti mercoledì sera, alla Fondazione Riccardo Catella, seduti a un tavolo messo insieme da The Plan e Graphisoft per parlare di comfort, di KPI, di real estate. Un argomento liquido, difficile da afferrare: il bello, il comfort, non sono banali. E la prima cosa che abbiamo notato è che l’esperienza dell’abitare viene misurata quasi sempre da chi ha il problema di misurarla, non da chi la deve vivere.

Così, alla fine, si conta più il quanto che il per chi, o il perché.

I KPI che riceviamo sono preziosi. Sono la benzina. Ma la benzina non dice dove andare: quello tocca al pilota. E il pilota, per noi, guarda verso chi abiterà.


Pensate al percorso di casa. Arrivo in macchina, parcheggio nell’interrato. Da lì posso attraversare un corridoio buio, con le porte tagliafuoco che sbattono e i pozzi di ventilazione dove piove. Oppure quella ventilazione può diventare un patio con un albero piantato dentro; l’ascensore, invece di aprirsi su un vano cieco, può aprirsi sulla vista di un cortile dove giocano i bambini. Nessun KPI misura oggi la differenza tra questi due percorsi. Eppure è lì che si gioca la qualità della vita di chi entra ed esce di casa ogni mattina.


C’è un livello che conosciamo già e diamo per assodato: la parte prestazionale, numerica — termica, acustica, luce, rapporti aeroilluminanti, il rapporto tra superficie costruita e vendibile. E c’è un livello che lasciamo giustamente fuori: il mi piace, non mi piace, il gusto. In mezzo c’è una terra di nessuno: l’uomo come essere biologico in rapporto con quello che lo circonda. La vista lontana, l’aria, la luce, la possibilità di incontrare qualcuno.

È lì che vogliamo lavorare.
Da qui è nata un’idea che alla serata abbiamo chiamato STEP — un passo dopo l’altro.

E se, lungo il percorso che una persona compie davvero — dalla strada alla propria stanza — mettessimo dei nodi a intervalli regolari, e a ogni nodo, come fossero ciglia che sfiorano ciò che hanno intorno, leggessimo la qualità di quel punto?

Cosa vedi, che aria respiri, se puoi incontrare qualcuno. Un valore ponderato sulla distanza e sulla funzione — perché un museo non è una casa. La somma di quei nodi darebbe una misura della qualità di un intero percorso.
E se poi confrontassimo la previsione fatta sul modello, sul digital twin, con la lettura reale a edificio abitato, chiedendolo a chi ci vive per davvero? Quel confronto, ripetuto nel tempo, diventerebbe un dato storico — proprio come abbiamo consolidato, negli anni, i parametri che oggi diamo per scontati.

Gli irochesi prendevano le decisioni pensando alla settima generazione. Ci piace tenere in tasca quella responsabilità: progettare non per il collaudo, ma per chi abiterà.
Non sappiamo se STEP sia una direzione giusta. Sappiamo che vale la pena percorrerla. Perché quando i KPI non c’erano — pensate a un villaggio costruito da chi poi ci avrebbe vissuto — c’era un’intelligenza collettiva che sapeva esattamente per chi stava costruendo. È quell’intenzione che vogliamo rimettere al centro.

We care for people, place, architecture.