Fuori Salone 2026
Sette giorni di poroCity
Una sala in via Abbondio Sangiorgio. Le pareti coperte dalle termografie notturne di Milano — il rosso che mostra dove la città trattiene il calore, il blu dove riesce ancora a perderlo. Al centro, il modello in scala di un’oasi urbana: abitanti di una superficie porosa che fa spazio al verde. Per sette giorni, dal 20 al 26 aprile, è stata la nostra prima volta al Fuori Salone.
poroCity — la nostra ricerca sull’abitabilità climatica delle strade di Milano — ha trovato qui la sua prima forma pubblica. Nove pillole appese alle pareti, dalla geologia di Milano all’isola di calore, dalla vegetazione ai materiali freddi. Ogni sfaccettatura della ricerca ha trovato il suo spazio. Il visitatore, davanti alla termografia, ha riconosciuto una Milano che diventava un dato da interpretare. Davanti al modello, una città in scala che torna ad accogliere e vivere.
Il tema di questa edizione era Essere progetto. Lo abbiamo preso alla lettera: portare al Fuori Salone non un oggetto finito, ma il pensiero che lo precede.
Il Magazine ufficiale del Fuori Salone ha raccontato la ricerca in anteprima, lo trovate qui


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Tra verde e stampa 3D
Mercoledì 23 Aprile. Abbiamo deciso di mettere in dialogo due figure che la cronaca dell’architettura raramente accosta: un professore di biologia e un costruttore che stampa edifici in 3D. Eppure sono esattamente i due mondi che la nostra ricerca chiede di tenere insieme.
Vittorio Ingegnoli ha portato lo sguardo dell’ecologia del paesaggio: la natura non come repertorio di forme da imitare, ma come rete di relazioni viventi da capire. E con sé un parametro che a Milano fa rumore — la biopotenzialità territoriale, una misura della capacità di un sistema vegetale di produrre vita — e un dato che ha sospeso la sala:
“Milano ha 18 metri quadrati di verde urbano per abitante. Roma ne ha 16 e mezzo. Ma se misuriamo la biopotenzialità territoriale, Milano è quasi tre volte sotto Roma.”
Una città piena di verde può essere ecologicamente povera. Quello che conta non è la quantità, ma la capacità di formare sistemi viventi.
Diego Bruni ha raccontato l’altro versante del lavoro: la robotica, la stampa 3D a scala architettonica, l’edilizia additiva come metodo che non sostituisce la tradizione ma le si somma. Ha mostrato il piccolo edificio pubblico stampato in 3D che la sua impresa ha consegnato e che oggi è collaudato secondo la normativa italiana. E ha detto una cosa che da professionista si sente raramente:
“Quando innovi, c’è anche il rischio di fare una figuraccia. Mi sono esposto, sapevo del problema in cui potevo incorrere. Abbiamo scelto di crederci — e oggi quell’edificio è collaudato e in uso.”
L’ora prevista è passata in fretta. La conversazione è rimasta aperta e si è spostata davanti a un buon aperitivo.

La città, a terra
Venerdì 25 Aprile. Il secondo talk ha cambiato passo. Tobia Marcotti ha dialogato con la professoressa Francesca Daprà, del Dipartimento ABC del Politecnico di Milano. Una conversazione che ha ripercorso le tappe della ricerca senza fretta: l’osservazione quotidiana della città calda, la porosità come principio prima che come forma, Gaudí e Brunelleschi come maestri di geometrie naturali, i diagrammi di Voronoi e gli algoritmi generativi come strumenti che oggi permettono di costruire ciò che ieri restava un’idea.
A un certo punto Daprà ha messo sul tavolo una difficoltà:
“Natura e tecnologia non sono sempre assimilabili. Farle vivere insieme non è semplice.”
La risposta di Marcotti è arrivata sulla stessa lunghezza d’onda, ma da un altro angolo:
“La nostra vocazione di architetti è modificare l’artificio in modo che torni abitabile.”
Una scelta che porta il progetto al livello più esposto e più trascurato — il marciapiede, la soglia, l’incrocio — dove la città non solo si scalda, ma si incontra.
Accanto alle termografie, su una parete, avevamo esposto il testo di Polisonico di Giorgio Gaber. Lo abbiamo voluto lì perché in poche righe dice quello che la nostra ricerca cerca di formulare con i prototipi: la strada come unico luogo davvero comune, l’incontro che non si può programmare. Gli angeli non danno appuntamento è una delle immagini che ci è rimasta addosso durante tutta la ricerca. Ci torneremo presto nello sketchbook, in un articolo dedicato.
Anche questa conversazione non si è fermata al microfono. È continuata davanti ai pannelli, vicino alle piante, tra le ultime persone rimaste.

Una ricerca aperta
Nei sette giorni sono entrati e tornati architetti, ricercatori, studenti, collaboratori e quel pubblico curioso che cerca novità al Fuori salone. Sono nate conversazioni che non avevamo previsto e prime ipotesi di collaborazione. È così che la nostra idea di progettazione si nutre: di relazioni, contatti, storie che si intrecciano.
Un grazie a chi ha lavorato con noi questa settimana — partner, ospiti, team.
Il Fuori Salone è finito. poroCity continua.










