Manifesto per una città che respira

C’è una sera d’estate in cui apri la finestra cercando un po’ di fresco, e fuori trovi trentasette gradi.

C’è una mattina di scuola in cui passi davanti a una piazza riconquistata dai bambini — una di quelle disegnate a terra con strisce colorate, dove fino a ieri c’erano i parcheggi — e ti accorgi che è viva. Frequentata, abitata, usata in modi che nessuno aveva previsto.

Tra questi due gesti — la finestra che si chiude perché fuori scotta, e i bambini che si riprendono lo spazio — è nato poroCity.

Non solo come progetto ma in principio come domanda.

Possiamo riavere una città in cui si stia bene anche all’aperto,

senza rinunciare a quello che la rende viva?

L’osservazione che ci ha portato qui è semplice, quasi banale: Milano sta diventando una città calda. Lo sappiamo dai dati — l’isola di calore urbano segna fino a otto gradi in più rispetto alla campagna nelle notti d’estate — ma soprattutto lo viviamo quotidianamente. Lo percepiamo ta quanto i marciapiedi scottino, da quanto calore viene rilasciato dall’asfalto di notte, quando le ore in cui si può stare all’aperto si accorciano.

Allo stesso tempo, Milano è anche una città viva. Le piazze aperte davanti alle scuole, i tratti di strada restituiti ai pedoni, i piccoli interventi di urbanistica tattica: imperfetti, a volte zoppicanti, ma capaci di mostrare in pochi giorni quanto bisogno ci sia di luoghi, non solo di connettori.

La domanda diventa allora come tenere insieme le due cose. Come raffrescare senza svuotare. Come restituire abitabilità climatica senza far morire le relazioni che la strada ospita.


La città bisogna continuare a viverla. È in strada che gli angeli non danno appuntamento.


Abbiamo cercato la risposta dove ci sembrava più ovvio cercarla: nella natura. Non per mimesi formale — quelle facciate intrecciate che alludono al bosco senza averne la complessità — ma per principio. Come fa un suolo poroso a restare fresco mentre l’asfalto accumula calore? Perché l’evaporazione raffredda? Cosa succede quando una superficie smette di sigillare e ricomincia a respirare?

Da qui la parola che dà il nome al progetto. La porosità non è un numero, è una qualità spaziale: la capacità di lasciar passare aria e acqua, di non accumulare, di dissipare, di esporre superficie. È quello che fa la terra. È quello che noi abbiamo tolto alla città quando l’abbiamo coperta.

Abbiamo provato a riscriverla con gli strumenti che abbiamo a disposizione oggi: geometria computazionale, stampa 3D, fresa a controllo numerico, intelligenza artificiale. Tecnologie che non si oppongono alla natura, ma che ci permettono di avvicinarcele — di costruire forme uniche, geometrie complesse, superfici massime, esattamente come fa lei.

La scelta più importante che abbiamo fatto è stata di lavorare a terra. Geometricamente, il punto più efficace per raffrescare la città sarebbero i tetti e le facciate — la pelle alta. Ma la città si abita in strada. È lì che ci incontriamo, è lì che ci fermiamo, è lì che si rischia di non potersi più stare. Intervenire sui tetti è efficiente; intervenire sulle strade è abitato.

Per questo poroCity immagina un basamento superficiale — un tappeto poroso, riflettente, permeabile, ad alta superficie esposta — accompagnato dalla cosa che meglio di tutte sa rinfrescare: la vegetazione, quella vera, con radici e metabolismo, non quella decorativa nelle vasche.

poroCity non è una soluzione. È una provocazione, e lo diciamo senza imbarazzo.

Non chiede di essere costruita così com’è. Chiede di diventare un prototipo di pensiero — un punto in una griglia plurale che coinvolga abitanti, amministratori, professionisti, ricercatori. Chiede, soprattutto, che il cambiamento climatico diventi finalmente un tema della professione quotidiana, non un’urgenza che ci scopriamo addosso ogni estate.

È il modo più diretto di tradurre il motto che ci accompagna: We care for. Cura per le persone, ispirazione dalla natura, responsabilità verso le città. Tre direzioni che, in questo lavoro, hanno smesso di essere parole e sono diventate un metodo per guardare Milano — e provare a immaginarla diversa.