Dopo la stampa 3D, la fresa a controllo numerico e i modelli fatti a mano, in studio è arrivata una macchina a taglio laser. È partita direttamente dal costruttore a Shanghai e arrivata in studio e oggi lavora accanto alle altre attrezzature del nostro piccolo laboratorio.

Qualcuno potrebbe chiedersi, come per la CNC, “cosa c’entra con uno studio di architettura?”

C’entra, ancora una volta, con il modo di pensare il progetto.

Continuiamo a credere che il progetto non si esaurisca sullo schermo. Che abbia bisogno di mani, materia, resistenza. Di quella piccola frizione fisica che trasforma un’ipotesi in una domanda nuova. Ogni nuovo strumento che entra in studio non è un punto di arrivo: è un altro modo per interrogare ciò che stiamo immaginando.

Il laser fa una cosa apparentemente semplice — taglia, incide, scrive sulla materia — ma lo fa con una precisione che la mano non possiede, e con una velocità che ti sorprende. Disegni una linea, premi un tasto, e dopo pochi istanti quella linea esiste, è diventata legno, cartoncino, plexiglass. Una soglia attraversata.

C’è lo stesso stupore della prima stampa 3D: l’idea che si stacca dalle mani, diventa autonoma, e proprio per questo ci osserva da fuori. Le poniamo domande nuove, perché ora è lì, non più dentro la testa.

Non sostituisce niente. Non sostituisce il cartoncino, gli spilli, la balsa, le mani che plasmano la plastilina. Si aggiunge. Si mescola. Diventa parte di un linguaggio di studio fatto di strumenti diversi che convivono, ciascuno con la propria voce.

Continuiamo a credere che il progetto avanzi per passi, tentativi e contraddizioni, e che ogni nuova tecnologia in studio serva soprattutto a tenere viva quella domanda: e se immaginassimo di…?