(spoiler: c’è molto di più di quello che sembra)

di Lijia Sun

Vi siete mai chiesti cosa succede davvero nella mente di un architetto? Nel 1958, un gruppo di scienziati dell’Università di Berkeley ha deciso di scoprirlo, ma senza fermarsi ai soliti cliché del genio disordinato o dell’artista tormentato, ha deciso di condurre un vero e proprio esperimento. Hanno radunato 40 tra i più grandi architetti dell’epoca — da Richard Neutra a Eero Saarinen fino a Louis Kahn — e li hanno messi sotto una lente d’ingrandimento psicologica.

Immaginatevi la scena: architetti famosi e rinomati, rinchiusi in una sorta di ritiro accademico, sottoposti a test di personalità, disegni da completare, discussioni filosofiche… e persino una domanda degna di un supereroe:

“Se poteste avere un terzo braccio, dove lo mettereste?”

Questo curioso esperimento faceva parte di uno studio più ampio sulla creatività, il cui obiettivo era di capire se le persone creative hanno qualcosa in comune e se sì, cosa? E la scoperta è stata tanto sorprendente quanto affascinante: non erano tra i più brillanti a scuola (molti avevano voti mediocri), ma tutti erano anticonformisti, indipendenti, curiosi e, diciamolo, un po’ egocentrici. Non in senso negativo, ma proprio a dimostrazione della sicurezza di ciascuno nella propria visione, come nella tenace prontezza a difenderla contro tutto e tutti.


«…tutti (i creativi) erano anticonformisti, indipendenti, curiosi e, un po’ egocentrici.»


Gli scienziati avevano deciso di invitare gli architetti a partecipare allo studio perché li consideravano una figura creativa “di mezzo”: né completamente analitici come gli scienziati, né totalmente artistici come pittori o poeti. Un approccio equilibrato capace di affascinare esprimendosi tra rigore e immaginazione, disegnata su misura per adattarsi all’esplorazione del mistero della creatività.

Questi architetti condividevano, inoltre, un atteggiamento comune nei confronti della complessità: non ne avevano paura. Anzi, la cercavano e ricercavano, con quell’affanno di chi brama e non di chi teme. Capaci di immaginare prima e realizzare poi connessioni dove altri vedevano solo caos. Di unire in armonia forma, funzione e fantasia, in un mix che ancora oggi ci fa dire “wow” quando ammiriamo certi edifici e ci toglie il respiro al varcar della soglia.


Come architetto, non posso fare a meno di sorridere leggendo questa descrizione — suona terribilmente vera. Non serve andare a Berkeley nel ’58 per scoprire che il nostro mestiere richiede una buona dose di anticonformismo e di fiducia in sé e nelle proprie visioni. Mi ritrovo personalmente in quel mix di curiosità, difesa ostinata delle mie idee e intuizione, e ricerca continua di quelle connessioni invisibili agli altri. Forse qualche volta invisibili anche a me. Forse però è proprio questo il bello, il difficile e il complesso del mestiere oggi: mantenere viva la scintilla creativa, tra norme, budget, compromessi e clienti un po’ scettici.

E sì, forse un terzo braccio servirebbe davvero. Magari per tenere in equilibrio il volume delle norme edilizie mentre si cerca di non far crollare anche le aspettative del committente.

Questo studio nell’ambito della psicologia della creatività ha mostrato che lo spirito creativo non si esaurisce nel talento innato: ma richiede personalità, coraggio e un pizzico di stranezza per illuminare menti e occhi. In fondo, se riesci a immaginare un terzo braccio funzionale, sei già a metà strada per progettare qualcosa di mai visto prima.

Ascoltare questa storia oggi, mentre siamo circondati da architetture tanto innovative quanto discutibili, mi fa pensare a quanto sia fragile e prezioso lo spirito creativo. E quanto valga la pena difenderlo, anche quando si presenta con tutta la sua dose di bizzarre stranezze, che, come per la follia, spesso accompagnano la genialità.

Perché essere creativi, almeno per me, non è solo questione di talento o di ispirazione fulminante. È imparare a fare pace con la complessità, per farne tesoro accettando i vincoli come una sfida e non a considerarli ostacolo. Anzi, spesso sono proprio quei confini imposti a far scattare le idee migliori — a costringerti a vedere connessioni dove prima c’era solo confusione, a immaginare soluzioni uniche ed originali, dove sembrava non esserci via d’uscita.

Forse è questo, in fondo, il bello di fare l’architetto: muoversi ogni giorno su quel filo sottile tra regola e invenzione, tra tecnica e intuizione, provando ogni volta, a farne qualcosa di unico.


📖 SERRAINO, Pierluigi. The Creative Architect: Inside the Great Mid-century Personality Study, 2016

🎧 Se vi va di approfondire, vi consiglio di ascoltare l’episodio completo di 99% Invisible. Troverete tante altre curiosità che fanno capire quanto sia speciale questo mestiere: https://99percentinvisible.org/episode/the-mind-of-an-architect/